Per molte persone la danza è spettacolo. Per Urban Dancing Prophets è un linguaggio politico.
Nato all'interno di Sala Nera, lo spazio dedicato alle arti performative del Tempio del Futuro Perduto di Milano, Urban Dancing Prophets è un collettivo residente di danzatrici e performer che utilizza il corpo come strumento di ricerca artistica, trasformazione sociale e costruzione di comunità.
Le loro performance attraversano club, teatri, musei, piazze, manifestazioni pubbliche e spazi abbandonati, muovendosi continuamente tra danza contemporanea, ritualità, improvvisazione e cultura elettronica.
Ma cosa significa davvero parlare di "danza politica"? E quale rapporto esiste tra il movimento del corpo, la musica techno e l'attivismo?
Ne abbiamo parlato con Urban Dancing Prophets.
1. Perché definite la vostra danza "politica"?
Partiamo dal presupposto che il corpo ha un linguaggio universale. E in quanto tale, può comunicare a tutti.
Oggi, con il mondo che brucia e dilania i popoli, confonde e indebolisce le persone, fare politica è estremamente necessario, ma spesso la politica è comunemente intesa come campo di studio di cui solo alcuni intellettuali possono occuparsi. Per noi invece è importante distinguere quanto in questa necessità debbano rientrare tutti, ma proprio tutti.
Noi parliamo al popolo. Noi danziamo per e con il popolo. Qui sta la differenza. Il corpo è quello strumento che tutti possiedono e possono sentire e interpretare, e in quanto tale, è davvero accessibile. La nostra danza è politica perché parte da questo presupposto.
Con la danza siamo convinte che possiamo produrre un cambiamento. Ne siamo convinte anche perché lo vediamo accadere. Ogni volta che danziamo succede qualcosa. C'è sempre qualcuno che ci dice di aver visto o sentito qualcosa che forse era già dentro di lui/lei, ma che non aveva ancora trovato il modo di emergere. La danza lavora proprio su questo. Ti costringe ad ascoltare, a lasciare spazio, ad assumerti una responsabilità nei confronti di ciò che senti e, di conseguenza, degli altri. Per noi questa è già politica.
"Il corpo è quello strumento che tutti possiedono e possono sentire e interpretare, e in quanto tale, è davvero accessibile. La nostra danza è politica perché parte da questo presupposto."
2. Che rapporto c'è tra il corpo e la politica?
Beh, se la politica riguarda il modo in cui scegliamo di vivere insieme, il corpo è il luogo in cui questa scelta diventa davvero concreta. Se pensiamo alla lotta di classe, a quella per i diritti intersezionali, alle persone migranti, alla guerra, all'accesso alla cura e alla salute, stiamo sempre parlando di corpi: chi può o non può muoversi liberamente, abitare uno spazio, amare, riposare o vivere senza paura.
Ogni forma di potere passa attraverso il corpo. Lo disciplina, lo protegge, lo sfrutta, lo mette a tacere oppure gli permette di esprimersi.
Ecco che se una comunità torna a sentire il proprio corpo, torna anche a interrogarsi sul modo in cui vuole abitare il mondo e sulla responsabilità che ha nei confronti degli altri.
3. I vostri "Rituali Notturni" sono diventati una delle esperienze che più vi rappresentano e vi hanno portato a esibirvi in diversi contesti internazionali. Che cosa sono?
I Rituali Notturni sono performance ibride tra danza contemporanea e musica techno. Nascono dal desiderio di portare la danza contemporanea nei club: luoghi in cui tutti danzano, ma in cui raramente ci si sofferma a osservare il linguaggio del corpo. Attraverso una forte componente di improvvisazione entriamo in dialogo con il dancefloor. A volte dalla scena, dietro al sound, altre direttamente in mezzo alle persone, senza mai interrompere la festa, ma lasciando che l'energia continui a circolare tra performer e pubblico.
Ogni Rituale Notturno prende vita attraverso figure ispirate a un immaginario cyberpunk, che ci permettono di affrontare ogni volta temi differenti. Lavoriamo con il corpo, la presenza e la relazione che si crea in quel preciso momento, rendendo ogni performance diversa dalle precedenti: cambia con la musica, con lo spazio e con la comunità che lo attraversa.
Quello che cerchiamo di creare è un'esperienza catartica collettiva, in cui il confine tra chi guarda e chi danza si dissolve. È in quel momento che il club torna a essere, per noi, un luogo di incontro, espressione e trasformazione.
Negli ultimi anni i Rituali Notturni ci hanno portato a esibirci in diversi contesti internazionali, fino a due tour in Cina. È stato sorprendente scoprire che, pur cambiando lingua e cultura, questo dialogo tra corpo, musica e dancefloor riesce a creare una connessione immediata ovunque.
4. Perché avete scelto proprio la cultura techno come terreno della vostra ricerca?
La techno è una delle poche culture contemporanee che continua a mettere politicamente il corpo al centro. In un'epoca in cui tutto è frammentato, accelerato e superficiale, la techno ci restituisce la possibilità di rimanere dentro un'esperienza condivisa per ore, in cui centinaia di persone respirano, si muovono e si ascoltano insieme. È una forma di resistenza culturale.
Ci interessa soprattutto la sua dimensione rituale: la ripetizione, il ritmo e la lunga durata permettono di costruire fiducia, di entrare lentamente in uno stato di presenza che nella vita quotidiana abbiamo quasi dimenticato.
Alcune di noi inoltre provengono dalla cultura rave. Una cultura spesso raccontata solo attraverso i suoi eccessi, ma che in realtà ha saputo produrre esperienze straordinarie di autorganizzazione, mutualismo, libertà e convivenza temporanea. In quel patrimonio culturale abbiamo trovato molto più di un'estetica: abbiamo trovato una pratica politica e di espressione del sé collettivo.
"La techno è una delle poche culture contemporanee che continua a mettere politicamente il corpo al centro."
5. Quindi che cos'è un rituale contemporaneo?
Oggi, secondo noi, i rituali sono pratiche necessarie per allenare le comunità alla consapevolezza e alla memoria: chi siamo, cosa condividiamo e quali valori scegliamo di custodire. I rituali hanno sempre accompagnato le società umane, col tempo ne abbiamo perso l'uso e il costume, ma pensiamo che abbiano ancora una funzione fondamentale. Molti dei rituali condivisi che un tempo scandivano la vita collettiva si sono indeboliti, e non sempre sono stati sostituiti da esperienze capaci di creare lo stesso senso di appartenenza. Per questo noi proviamo a costruirne di nuovi. Una performance in piazza, una danza collettiva, un rave, una processione laica, un flashmob, una pratica di ascolto possono diventare rituali contemporanei se riescono a trasformare, anche solo per qualche ora, il modo in cui una comunità vive se stessa, nella relazione con l'Altro e con lo spazio.
6. Come nasce una vostra performance? Da un'idea politica, da un'immagine o dal movimento?
Le nostre performance nascono quasi sempre da una domanda che sentiamo urgente. Ogni lavoro comincia chiedendoci quale trasformazione vorremmo produrre nelle persone e nello spazio. Da lì si apre la ricerca: gradualmente arrivano il movimento, la musica, la drammaturgia e le immagini, ma non sappiamo mai esattamente cosa accadrà. Questa apertura fa parte del lavoro.
La struttura coreografica, poi, è il modo in cui quella domanda prende corpo. E lo facciamo quasi sempre attraverso l'improvvisazione: uno spazio di libertà e di ascolto reciproco in cui ogni danzatore e danzatrice può portare qualcosa di sé. Così ogni performance diventa davvero irripetibile e unica.
7. Viviamo in un'epoca dominata dagli schermi. Cosa significa per voi questo?
Gli schermi ci hanno dato possibilità incredibili, ma ci hanno anche abituati a vivere il mondo quasi solo attraverso lo sguardo. Il corpo invece può conoscere molte più cose: il peso, il ritmo, la distanza, il contatto, il respiro, la fatica, l'equilibrio, la fiducia.
Riportare il corpo al centro significa ricordare che siamo esseri relazionali prima ancora che utenti, consumatori o spettatori. Significa restituire complessità e bellezza all'esperienza umana.
8. Le vostre performance avvengono spesso nello spazio pubblico. Perché uscire dal teatro?
La performance è uno strumento attraverso cui una comunità può immaginare sé stessa in modo diverso: può, cioè, diventare un'infrastruttura sociale. Ogni volta che danziamo insieme per strada, ad esempio, stiamo sperimentando una forma alternativa di convivenza. Per qualche minuto sospendiamo le regole abituali dello spazio, del tempo e delle relazioni: un piccolo esercizio di futuro possibile, che lo rende già reale.
Inoltre, lo spazio pubblico appartiene ai cittadini, ma troppo spesso lo viviamo solo come luogo di passaggio. Le nostre performance provano a restituirgli una funzione diversa: quella di luogo di incontro, di immaginazione e di relazione. Il teatro è uno spazio prezioso, ma chi entra ha già deciso di partecipare. Lo spazio pubblico, invece, appartiene anche a chi non si aspetta di incontrare l'arte.
9. Molti dei vostri lavori affrontano temi sociali e civili. Qual è il ruolo dell'arte davanti ai conflitti del presente?
L'arte, per noi, non dovrebbe spiegare alle persone cosa pensare, bensì creare le condizioni perché possano tornare a sentire e sviluppare criticamente il proprio pensiero.
Siamo continuamente attraversati da informazioni, immagini, opinioni, e rischiamo di diventare spettatori permanenti del dolore del mondo. L'arte ha il potere di interrompere questa anestesia.
La danza non vuole sostituire la politica, perché essa ha l'arduo compito di trasformare le istituzioni e le condizioni materiali. Però può preparare il terreno, trasformando il modo in cui le persone percepiscono, guardano e abitano il mondo. Quando realizziamo una performance politica, non vogliamo limitarci a prendere posizione, ma anche e soprattutto creare un'esperienza che renda impossibile rimanere indifferenti e che rimanga nelle persone anche quando la performance è finita.
L'arte per noi ha anche il compito di riportare la bellezza negli occhi delle persone, non per rendere il presente più sopportabile, ma per ricordarci che un altro modo di vivere ed immaginare il mondo è possibile.
10. Il vostro lavoro parla spesso di comunità. Come si costruisce una comunità attraverso il movimento?
Questa è la nostra sfida più grande, ed è ancora aperta. Crediamo che una comunità non nasce quando le persone la pensano allo stesso modo, ma quando attraversano insieme esperienze realmente significative. Quando due persone danzano insieme, per esempio, devono continuamente ascoltarsi. Devono lasciare spazio all'altro, adattarsi, fidarsi, assumersi una responsabilità reciproca. È un esercizio che, inconsapevolmente, allena anche a vivere insieme.
Al Tempio utilizziamo la danza, la musica elettronica e la performance per prenderci cura dello spazio pubblico condiviso, delle relazioni e dell'immaginario collettivo. Ma non basta, prima di tutto, infatti è fondamentale la dimensione della fatica e del fare: montiamo, smontiamo, puliamo, cuciniamo, aspettiamo, gioiamo e soffriamo insieme. Il movimento è costante, e richiede tanto sforzo e lavoro individuale e collettivo.
